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Annual Big Climb, Seattle (Usa/Washington)

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Ad Elisha Otis
inventore nel 1853 del moderno ascensore

Usa/Washington - Piano. Per fare tutti i piani si deve partire piano. Il gioco di parole è inevitabile, ma d'altronde la corsa di oggi è di quelle da classificare nel "famolo strano". Si può correre nel verde, in mezzo ai boschi o fra i campi, in montagna o in campagna. Si può correre in città su viali panoramici, strette stradine medievali, centri storici, su piste ciclabili ed aree pedonali. Ma c'è anche una terza possibilità. Si può correre praticamente sul posto, nello spazio di un isolato. Anche meno: in un'area di sei metri per tre, poco più grande del bagno di casa propria, non più bidimensionalmente (avanti, indietro, a destra, a sinistra) ma sfruttando finalmente quella terza dimensione, l'altezza, tanto cara alla geometria solida. Non stiamo parlando di una gara su strada in salita, ma di una insolita corsa podistica dentro un grattacielo, di corsa su per i 1311 scalini che separano il quarto piano dal settantatreesimo.

La corsa è la "Big Climb for Leukemia" che si svolge ogni anno - questa era la sedicesima edizione - all'interno del grattacielo di Seattle conosciuto come la Bank of America Tower, la costruzione più alta di tutto il nordovest degli Stati Uniti. Settantasei piani, oltre trecento metri di altezza, centoquarantamila metri quadrati di spazio tutto in verticale. Ed un percorso di gara che si snoda su due rampe di scale (una per i corridori, una per i camminatori) in uno spazio ristretto, fuori dal circuito quotidiano degli uffici, che pochi sanno esistere nonostante sia indispensabile per ragioni di sicurezza ma raramente utilizzato vista la presenza nel grattacielo di quarantasei ascensori.

Costruita nel 1982 e terminata tre anni dopo (ma ufficialmente aperta nel 1988), la Bank of America Tower è stata presa d'assalto domenica 3 marzo da milletrecento concorrenti che, uno ogni cinque secondi, si sono dati battaglia piano dopo piano sulle strette rampe di scale. Io ero fra loro.

Trecento metri di altezza, meno di un giro di pista allo stadio. Milletrecento gradini, meno dei duemilanovecento che mi sono sciroppato la domenica precedente in un rassicurante allenamento su e giù per gli scalini del ponte pedonale vicino a casa mia. Con questo falso senso di sicurezza, e contando quasi tutto sulla mia trentennale carriera podistica, mi sono presentato al via.

Ed ora sono in fila, in attesa del mio turno. I concorrenti attraversano ad intervalli regolari il tappetino elettronico segnatempo posto davanti all'ingresso delle scale. Sono in religioso silenzio e mi muovo passo passo mentre la fila dei concorrenti si allunga dietro di me. Penso all'impressione che mi ha fatto il grattacielo dall'esterno, a guardarlo di sotto in su. Svetta sulla città e mette quasi soggezione. Le ginocchia volevano scapparmi altrove, ma le ho tenute ben salde. I commenti di chi è in fila sono tutti uguali: partire senza fretta. Salire lentamente e magari accelerare nel finale, tra il sessantacinquesimo ed il settantesimo. Ah beh. Si parte dal quarto piano, che è quello al livello della Fifth Avenue e bisogna tenere conto che i numeri saranno sfalsati di tre piani. Sta a me, e io parto.

Decimo piano, che poi è il sesto. Mai fatti più di sei piani a piedi in vita mia. A questo penso rantolando. Il problema è che come al solito si viene presi dall'euforia della novità e si fanno i gradini quattro a quattro. Sono partito mentalmente determinato ad andare piano, poi però mi sono lasciato prendere letteralmente la mano. Le ringhiere mi hanno traviato quasi subito. Due rampe e già stavo volando. Come mi sono accorto che con l'aiuto delle mani si poteva salire più rapidamente, infatti ho cominciato ad aggrapparmi e tirarmi su ad una velocità di crociera che mi ha addirittura permesso di superare tre concorrenti, quelli partiti rispettivamente cinque, dieci e quindici secondi prima di me. Tutto questo movimento di braccia in alternanza (afferra la ringhiera, tirati su, lascia la ringhiera) richiama molto da vicino una gara di sci di fondo, ma è una euforia che dura poco se non siamo sufficientemente allenati.

Ventesimo piano, che poi è il sedicesimo. Sono ormai cotto. Il respiro esce fischiando. Il petto, anche per l'aria viziata, sta letteralmente bruciando dall'affanno. Salgo i gradini ad uno ad uno, con lo sguardo basso. I tre concorrenti di prima mi hanno abbondantemente risuperato e con loro anche una ventina partiti dopo di me. C'è a malapena spazio per due persone sulle scale ed anche rallentare è un problema. Ogni due rampe c'è la porta che dà su un piano ed è solo in quello spazio angusto che ci si può fermare per riprendere fiato. Al ventesimo piano c'è il primo ristoro. Un bicchierino d'acqua, una piegamento sulle gambe per stirare i muscoli, e poi di nuovo su. Si riprendono le scale, tutte uguali, in cemento, con la ringhiera arancione di metallo, il pianerottolo intermedio, le tubature con grandi valvole che si affacciano su ogni nuovo livello.

Trentunesimo piano, che poi è il ventisettesimo. Sono tentato di attaccarmi al citofono d'emergenza (ce n'è uno ogni cinque piani) e chiamare il servizio medico. Non per me, sia bene inteso, ma per i concorrenti che adesso trovo appoggiati alle tubature, senza fiato negli anfratti delle porte, quasi ad ogni rampa. Sono piegati in due, il sudore che cola, il respiro affannoso. A dire il vero tutta la tromba delle scale è un enorme sospiro: si sente il fiatone di quelli sotto ed il fiatone di quelli sopra. La testa comincia un po' a girare: abbiamo praticamente fatto cinquantaquattro curve a gomito a distanza di sei metri l'una dall'altra. Al trentunesimo piano c'è un altro ristoro, questa volta di fronte ad un megaventilatore che spara aria nella tromba delle scale. Sembra quasi di poter respirare.

Quarantesimo piano, che poi è il trentaseiesimo. Esco dal percorso e vado in bagno. Una scusa come un'altra per guadagnare tempo e riprendere colore. Ma è una scelta sbagliata: nel bagno un podista è accasciato a terra e sta vomitando. Gli chiedo se ha bisogno di aiuto ma tra un conato e l'altro lui mi dice di stare bene. Al quarantesimo piano, in una spaziosa sala conferenze, gli organizzatori hanno allestito un sostanzioso punto di ristoro a metà grattacielo per chi è già arrivato in cima e sta tornando giù. Io sono ancora a metà gara, non dovrei essere lì ma ne approfitto. La stanza è accogliente. Dalle vetrate si gode un panorama della città da cartolina. Guardando in basso sembra impossibile essere saliti a piedi così tanto, ma poi basta provare a sedersi un attimo piegandosi sulle ginocchia per fugare ogni dubbio. Un bicchiere di acqua ed è già l'ora di ricominciare la scalata. Lascio malvolentieri questo ampio spazio "aperto" ma mentalmente noto che stanno tutti tossendo.

Quarantottesimo piano, che poi è il quarantaquattresimo. Altra rampa, altro ristoro, altro ventilatore. L'aria comincia davvero a farsi pesante e non è possibile non farci caso. Mi chiedo se i partecipanti ad un'altra corsa simile, la "Kuala Lumpur International Towerthon" in Malesia, di altezza quasi doppia (2058 scalini) corrano in apnea. Sono a conoscenza di altre sei corse nei grattacieli: la "Washington Mutual Tower Stairclimb" sempre a Seattle di 1120 scalini, la "Amp Tower run up" a Sydney in Australia di 1312 scalini, la "Cn Tower run up" a Toronto in Canada di 1776 scalini, la "Sky Tower Vertical Challenge" ad Auckland in Nuova Zelanda, la "Défi de La Tour de Montréal" a Montreal in Canada ed ovviamente la piu' famosa di tutte, la "Empire State Building run up" a New York di 1576 scalini.

Cinquantottesimo piano, che poi è il cinquantaquattresimo. I numeri continuano a crescere e le energie a diminuire. Non avrei mai pensato comunque di poter salire così tanto. Mi fermo quasi ad ogni rampa. Un ragazzino mi supera correndo (dico: correndo!). Ho letto sul volantino che il record appartiene ad un trentaquattrenne che nel 1992 ha impiegato solo sei minuti e cinquantuno secondi per arrivare in cima, ovvero meno di un minuto ogni dieci piani, che fa meno di sei secondi a piano, che fa meno di tre secondi per ogni rampa di scale. Io invece mi sto trascinando penosamente (oh, ho già fatto più di cinquanta piani a piedi!) ad una velocità di tre secondi, ma a gradino. E l'ambiente circostante non aiuta affatto. Si vedono sempre le solite cose: i dieci scalini in cemento, la ringhiera arancione di metallo, il pianerottolo intermedio, le tubature con grandi valvole ed i podisti distrutti che negli anfratti delle porte d'uscita sembrano martiri nelle nicchie di una cattedrale. Non ci sono finestre. Si sale illuminati dalla luce innaturale delle lampade elettriche. Mi fermo al ristoro e bevo un bicchiere d'acqua mentre il volontario si congratula con me e con gli altri che passano.

Sessantacinquesimo piano, che poi è il sessantunesimo. Ultimo ristoro, ultima sosta. Adesso, a detta dei veterani di questa corsa, è il momento di spingere, di dare il tutto per tutto. Peccato che avessi già dato quello che potevo dare per arrivare al decimo piano: ora cinquantacinque piani più su ho la forza, la resistenza e la volontà di un budino alla vaniglia. So che fra i concorrenti ce ne è uno di novantuno anni: da lui non mi posso far superare, mi dico, poi penso che tutto sommato io sono un figlio dei miei tempi, nato e cresciuto negli ascensori e insomma, se va a finire che mi supera, pace. A me basta arrivare in cima. Credo che qualunque budino possa confermare.

Il settantatreesimo piano mi coglie alla sprovvista. Confuso dai cartelli che ad ogni livello ricordano che le scale vanno dal quarto al settantaseiesimo, da tutto quel girare su se stessi, salgo gli ultimi piani ormai pensando di dover veramente arrivare in cima, al settantaseiesimo. Invece il volantino della gara parla di sessantanove piani, che partendo dal quarto, fanno appunto settantatre. È una emozione mista di stupore e sollievo quella che mi coglie in cima all'ultima rampa. C'è un nastro giallo, una porta aperta, un volontario che mi indica la via d'uscita da questo stretto tubo di cemento. Intravedo la luce del sole che si riflette sulle pareti del corridoio. Come sento il tappeto sotto i miei piedi, comincio a correre. Ma non si corre bene in un corridoio: nonostante la derivazione etimologica del termine, non è un percorso adatto ai podisti. Gli angoli sono troppo stretti, i muri troppo vicini. È dietro ad uno di questi angoli però, in un'altra stanza, che mi si presenta davanti un minuscolo striscione con scritto "Finish" che occupa quasi tutta la stanza e tocca il soffitto. Dietro al traguardo, le vetrate del settantatreesimo piano offrono lo stesso stupendo spettacolo che si può godere da un aereo che sorvoli la zona: la città in fondo laggiù, i palazzi e gli altri grattacieli a toccata di mano, il porto e le gru che si stagliano sull'insenatura dell'Oceano Pacifico, e sullo sfondo, maestoso, il monte Rainier tutto innevato che si erge solitario all'orizzonte. La giornata è splendida e la vista... ah, la vista... vorrei dire un panorama da togliere il fiato ma di fiato non ce n'è più per nulla e per nessuno.

Clicca qui per vedere una foto del percorso



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